Emigranti

Incontro il Sig. Felice Baratta, lui che preferisce farsi chiamare Gino; quando gli chiedo l’età sorride e fieramente dice:  “Sono nato nel 1925”.

Gino mi racconta che in Italia aveva fatto diversi lavori, dal contadino al “cava monti”, allo sterratore fino al 1952, anno in cui si mette in viaggio per il Belgio.


Un’esperienza condivisa da un gran numero di italiani, un viaggio “volontario” eppure voluto da altri. “Sono stato lì per sei lunghi anni e in Italia sono tornato solo una volta, per rimanere. Non a tutti la sorte ha concesso una simile fortuna”.


Il 23 giugno 1946 Italia e Belgio firmano un accordo bilaterale che sancisce lo  "scambio" di forza-lavoro italiana con carbone belga.

Il patto parla chiaro, 50˙000 operai italiani (sotto i 35 anni e in buono stato di salute) da impiegare come minatori, in cambio di 200 kg di carbone al giorno venduto all'Italia ad  un prezzo conveniente (ndr non troppo in realtà, dato che il carbone belga era molto più caro di quello polacco e americano).


Le ricche miniere della Vallonia, in Belgio,  una delle due regioni del Belgio insieme alle Fiandre), necessitano di manodopera per l’estrazione del carbone. Mansione questa per la quale, fino a quel momento, erano stati messi all’opera i prigionieri di guerra tedeschi, russi, ungheresi.

Di contro l’Italia è uscita dal conflitto mondiale con circa due milioni di disoccupati e un livello di indigenza ai massimi storici.

Con questi presupposti l’accordo sembra, se non propriamente equo, almeno vantaggioso per i contraenti.

Federazione carbonifera belga

Un ricco apparato propagandistico viene dispiegato nel nostro Paese per rendere nota la molteplicità di “vantaggi” derivanti dal lavoro di minatore in Belgio.

L’Italia viene tappezzata di manifesti che ostentano allettanti prospettive quali salari elevati, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato, ecc.

Gino ha ventisette anni e questa prospettiva gli sembra un “posto al sole”, ha una moglie e una figlia appena nata. Suo fratello è in Belgio già da sei anni e così Gino decide di raggiungerlo, fa richiesta

e ottiene di partire. Parte da solo perché i familiari all’inizio non possono accompagnare il minatore il quale deve prima superare un periodo di prova. La moglie e la figlia lo raggiungeranno dopo sei mesi.

Partenza

“Sono partito con una valigia di cartone, e chi se lo dimentica!”

E’ il 1952 e, con un bagaglio pieno di speranze e di paure, Gino sale su un treno che lo porterà alla Stazione Centrale di Milano, tappa obbligatoria per i Convogli (così erano chiamati i gruppi di lavoratori emigranti) prima di espatriare.


Arrivati a Milano, vengono visionati i documenti che accompagnano quella che, a tutti gli effetti, è una singolare “merce di scambio”. Qui gli aspiranti incrociano la prima delle incombenze, la visita medica, una visita di routine ma che tuttavia rappresenta il primo grande filtro prima di essere ammessi a proseguire. Dalla capitale lombarda il viaggio prosegue, per altri due giorni, in treni scomodi e freddi che terminano la loro corsa a Bruxelles.


“E’ a Bruxelles che venivamo smistati in gruppi di trecento e i capi decidevano in quale regione avremmo capito se eravamo tagliati per quel mestiere sotterraneo” mi riferisce Gino, e continua dicendo che lui viene condotto ad Hasselt, nella provincia del Limburgo (nelle Fiandre).

Il Limburgo è al confine con l’Olanda, lo sapevi? Lì parlano una lingua incomprensibile, io non capivo neanche una parola”. Mi dice comunque di essere stato fortunato perché in seguito avrebbe scoperto che nel Limburgo c’erano miniere più moderne (e quindi più sicure) rispetto ai centri di Liegi e di Charleroi.


Gino e i suoi “compagni d’avventura” vengono accompagnati a fare un sopralluogo dell’impianto di estrazione, o meglio, a dare un’occhiata alle installazioni di superficie; il giorno dopo si comincerà a lavorare e non c’è più tempo per i ripensamenti.

[Fino all’aprile del 1952, non è previsto nessun addestramento preventivo o ragguaglio circa le norme di sicurezza da adottare.]


Ai nuovi arrivati vengono assegnate delle Cantine, cioè delle “baracche” che, in tempo di guerra, erano servite per alloggiare i prigionieri. Gino mi dice che ogni “baracca” ospitava due famiglie e che il combustibile per le stufe a ghisa non bastava mai.

“La notte mettevo una brocca di acqua sul comodino a fianco al letto; ricordo, come se fosse ieri, che dopo poco più di un’ora era un blocco di ghiaccio”.


Tre chilometri circa separano le abitazioni dalla “Mina” (come erano tutti soliti chiamare la miniera italianizzando la parola francese “mine”). Gino mi racconta che la distanza era coperta in bicicletta, quando l’inverno non era così rigido da rendere l’asfalto una lastra di ghiaccio.


E così, arrivato il primo giorno di lavoro, senza troppi convenevoli, lui e alcuni altri lavoratori si ritrovano impreparati a dover cominciare un mestiere di cui si era solo sentito parlare nella ormai lontana Italia.

“Appena arrivato, avevo visto alcuni di quelli che stavano lì da più tempo, ridere. Avevo cercato conforto alle mie ansie nelle loro risate. Poi ho scoperto che, in realtà, si licenziavano dalle loro case come se andassero a morte…”

Arrivo

“Prima di scendere, siamo stati equipaggiati con un moto picco, una pala, e un martello da assicurare alla cintura. Chi avesse danneggiato il moto picco avrebbe dovuto risarcire una somma di 1200 franchi, 40 franchi se a rompersi era solo la punta.

Inoltre avevamo un casco di cuoio, una mascherina e una lampada appesa al collo con il numero identificativo. Il mio numero era 2839”.

Miniera1

Per scendere in profondità, ci sono degli ascensori che parevano delle “galere senza pareti” per il trasporto sia di uomini che di materiali. Ognuna di queste può contenere circa 25 persone e scendono circa 300 persone alla volta.


“Siamo stati come inghiottiti dalla terra ad una velocità di 35 km/h, le orecchie ronzavano e facevano male, lo stomaco sembrava spostarsi e raggiungere il petto. Non mi abituai mai.”

Alcuni non scendono più di una volta.

Ai minatori è concesso di scegliere il turno di lavoro, Gino lavora dalle due del pomeriggio alle dieci di sera.

“Nelle miniere del Limburgo la prima vena di carbone (o “taille”) si trovava a circa 700 m di profondità. Se esiste un posto chiamato Inferno, è molto simile a quello. 40° di temperatura, rumore assordante e buio, un’oscurità rotta solo, ogni chilometro circa, da una lampada.

Molti minatori si perdevano in quelle gallerie senza cielo.”

Miniera2

Il lavoro si dimostra presto difficile, alcuni lavoratori vi rinunciano quasi subito, altri ci impiegano delle settimane per abituarsi. Il carbone, a volte, è duro da scalfire e spesso ha la meglio sugli operai.

“Lavoravamo carponi, rannicchiati, a volte stesi per assecondare la forma della terra.

Le norme di sicurezza lì sotto non esistevano; indossavamo solo le mutande perché il caldo era insopportabile. Per non parlare del rumore…il “picco” di acciaio risuonava come un campanello impazzito quando lottava col carbone e, nelle gallerie, c’erano treni merci e nastri trasportatori che non si fermavano mai”.

Gino mi racconta che a volte la punta del moto picco diventava rossa ed incandescente prima di spezzarsi e che il casco di cuoio (ndr più tardi sostituito dall’elmetto con la lampada) raddoppiava il suo volume a causa del sudore che imperlava la fronte.

“Le persone diventavano scure. Nella miniera eravamo ombre nel buio, in superficie eravamo riconoscibili soltanto per il bianco degli occhi e dei denti”.

A fine turno c’è la possibilità di passare dall’infermeria; lì, fra gli altri, c’è un medico tedesco “dal cuore duro”. Si procede alla pulizia dalla polvere di carbone con spazzole dalle setole metalliche che graffiano la pelle. Quando gli domando se non fosse stato preferibile evitare, mi dice che era l’unico modo per tornare a vedere il colorito della propria pelle e dimenticare, a sera, di essere minatori.

E poi c’è lui, “le nouvel ennemi”, il nemico comune e mortale: il Grisou.

Questo “gas di miniera” è una miscela di metano inodore ed incolore, altamente infiammabile ed esplosiva, si raccoglie in sacche nel minerale e ha rappresentato il pericolo di morte maggiore per i minatori di tutti i tempi.

Gino mi dice che i capiturno (chiamati “monitori”) usano la “lampada salvagente”, cioè la lampada di Davy, per saggiare la presenza di grisou.

Nonostante questo, il gas rimane una minaccia concreta e silente.

“Ricordo che una volta si fece un gran parlare di un uomo che fu ritrovato seduto ed immobile. Pensavano si fosse addormentato; solo quando cercarono di svegliarlo, si accorsero che era morto.”


Per alleggerire un po’ i toni, gli chiedo dei momenti di svago fra colleghi e del pranzo.

“Ho mangiato chili di arance. Io montavo subito dopo pranzo e quindi non avevo bisogno di mangiare molto. Alcuni miei amici ricordo che portavano delle tartine con la margarina. La verità è che non sentivamo nessun sapore, tanto la bocca era impastata di polvere. Da bere portavamo quasi tutti del caffè amaro perché niente, tranne quella bevanda scura, ci smorzava la sete”.

(ndr I minatori perdevano molti liquidi durante il lavoro con il sudore; di conseguenza, urinavano solo due volte al giorno e cercavano di recuperare l’idratazione bevendo molto durante la notte).

“La domenica a volte ci riunivamo tutti con le nostre famiglie e mia moglie faceva una focaccia buonissima, stavamo in allegria e parlavamo in  italiano”.


Col passare dei giorni, il lavoro di estrazione procede e il “fronte”avanza nella venatura di carbone; i minatori sono tenaci come talpe sottoterra.

Nel frattempo si provvede ad “armare” la galleria con pilastri, travi ed arcate per impedire che il soffitto frani. L’ambiente risulta molto umido perché, a volte, percola l’acqua presente nel sottosuolo.

“A volte i pilastri si torcevano come ceri sotto il peso del materiale sovrastante.

Le frane erano un’altra causa frequente di incidenti, uno fra tutti quello di Marcinelle del 1960.

E comunque, per un motivo o per l’altro, la camera mortuaria non era mai vuota”.

Quando gli ricordo che, dopotutto, è stato fortunato, mi mostra la cicatrice lasciatagli da una scheggia di metallo che si era infilata sotto la pelle.

Dopo una pausa di silenzio, mi sorride e conclude: “Non sono queste, signorina, le cose che fanno male veramente. Le vere cicatrici non posso mostrargliele.”


Intervista a cura di Ilenia Calabrese